in Valgrande
la Vegia dul Balm...
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...la Fajera, cioè l'alta Valle del Nibbio, una conca torva tra rocce incombenti e grama boscaglia. E sotto ai macigni tre bassissime Balme (leggi caverne), sotto a due delle quali occhieggiavano alcune capre mezzo rinselvatichite, mentre in una terza, chiusa da un pò di muricciolo interrotto da una sconnessa porticina, trovano asilo, incredibile a dirsi, creature umane...

...Se, narra il Chiovenda, mandate dentro uno sguardo, (evitando ben s'intende di inoltrarvi perché il lezzo umano e caprino respingerebbe anche il più audace), vedrete una figura piegata in due sotto la volta di pietra, muoversi da un focolare trogloditico a una tafferia carica di stoviglie slabbrate, e una mano annosa vi allungherà per l'apertura, senza che possiate vedere un viso, una scodelletta di latte.
Cento alpinisti, d'estate, hanno avuto se non il conforto di questo quadro, almeno quello del latte. Ci sono dunque qui siti che fanno ruzzolare indietro di qualche decina di secoli, e ci mostrano scenari della vita dell'uomo paleolitico ? Sognate l'antro di Polifemo veduto con un cannocchiale alla rovescia? O avete davanti una ricostruzione dei rifugi della popolazione ossolana durante la discesa dei Cimbri?...

Ed ecco i personaggi. Un uomo e una donna prima, una donna sola dopo. Una passione li ha travolti, una passione illegittima, e i colpevoli hanno chiesto alla più arcigna e deserta delle montagne circostanti un antro, dove seppellire un avvenire di miseria e di misantropia. Passò il tempo. Cinque, dieci, venti, trenta, quarant'anni. La leggenda parla anche di brevi tombe, lontane da ogni benedizione degli uomini. Fino a un decennio fa i cacciatori vedevano anche, issato sopra qualche scheggia di monte, appoggiato al suo lungo bastone, "Michel dl' Balm" (l'uomo), e lo sentivano lanciare il suo richiamo alla capre disperse. Poi, un giorno non lo sentirono più. Era morto.

La compagna se lo portò giù a spalla, freddo, indurito dalla morte, passando fra intaglio e intaglio della tormentata montagna, fino al piano. Lo posò alle prime case e tornò a vivere lassù. Ogni tanto scendeva, vestendo gli abiti dell'amante perduto, e la si vedeva vendere formaggelli e comprar farina gialla, silenziosa, inspirata, grave, dolorosa.
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Angela Borghini, la leggendaria Vègia dül balm fotografata nel 1927 dall'alpinista di Omegna Isolo Rasi durante una ascensione al Lesino.

[Immagine tratta dal volume "Val Grande ultimo paradiso" di T. Valsesia]
(per gentile concessione dell'Editore Alberti - Verbania/Intra)



 Anche la Valgrande ha le sue "storie", poi diventate leggende, e quella della Vegia è la più conosciuta, di cui ha scritto anche il Corriere della Sera nel 1932.
 Una storia che, col tempo, è stata riportata e tramandata accentuando quegli aspetti romantici e "ideali" a cui ci piace pensare...

 Ma la realtà era probabilmente ben diversa, come successivamente riporta l'articolo del Corriere, una vicenda semplice e cruda, come erano le condizioni di vita a quell'epoca e in quei luoghi.

 La Valgrande è un luogo bellissimo... per gli escursionisti che vi rimangono uno o alcuni giorni, ma per chi ci si recava un tempo per "vivere", era differente... erano condizioni di vita molto "dure"... Si possono immaginare ascoltando le testimonianze di Attilio Tradigo, che lavorò alle teleferiche per il trasporto del legname, e sua moglie Piera, in un bel documentario trasmesso nel 1999 dalla TSI (*).


Emblematiche, a questo proposito, le parole di Piera Tradigo che era alpigiana in Valgrande :

"...ripensandoci, erano momenti tristissimi in Valgrande ... era un lavoro pesante, faticoso...
... la Valgrande è brutta, bruttissima...
"

La vicenda di Angela e Michele può essere ancora fonte di ispirazione dopo molti decenni...
un racconto di Raffaella Scattaretica : "La Balma della Vecchia"


...Non so perché, mentre il treno correva e io guardavo gli alti monti fra i quali doveva trovarsi il mio sentiero romantico, mi veniva in mente una certa acquaforte del Goya dov'è rappresentato, con un puntino nero, un uomo che sale per una montagna, in vetta alla quale non arriverà che invecchiato...

Ma forse era colpa della sonnolenza dovuta alla levataccia, e a quel popolar di figure il mio quadro; la donna bellissima divenuta vecchia e tenebrosa, l'antro, l'uomo morto...

Navigavo in piena leggenda. Belle le leggende, e guai a distruggerle, si disse, ma tante volte come fa bene il sapere che non esistono più. Infatti quando, giunto ad Anzola d'Ossola, mi fu detto che Angela, l'amatrice disperata, non era più nella caverna, ai torrioni di Nibbio, (anche questo nome manzoniano aveva il suo valore nella preparazione spirituale), ma in una casa sua, e mi dissero che, se anche fosse stata lassù nessuno m'avrebbe accompagnato perché c'era da fare un testamento, ho tirato il fiato. Far testamento è niente : il peggio è renderlo esecutivo...

Ma allora? La storia dell'esilio amoroso? Questa donna dolente che scende al piano coi panni dell'amato, che ha fuggito il mondo per adorare la memoria del suo bene, che ha sostituito il caro morto con una immagine seducente di lui da tenerlo presente anche assente, e continuare così l'amore che il destino le aveva spento, tutto insomma questo amore splendente, fu, una rozza cornice di vite semplici, dove è andato a finire?
Invece di una Genovieffa ci accompagnano da una proprietaria di casa! Angela Borghini, la bellissima ossolana che empì della sua malia tutta l'Ossola dov'è? E' molto più comodo, è vero, andarla a trovare in questa sua dimora, ma c'è tutto un castello che si sgretola. Ogni tanto un mattone ci cade sul capo, e ci riconduce alla cruda realtà.

Non solo dobbiamo buttar via il cappello alla Ernani, ma dobbiamo metterci in testa il nostro, umilissimo e contemporaneo, perché Angela abita una sua stamberga fredda, buia, illuminata solo a tratti da pochi tizzoni fumosi. La vecchia ci riceve apatica e quasi scontrosa. In paese ci sono persone che la ricordano quando aveva venticinque anni: l'epoca in cui, specie di Mila di Codro, Faceva impazzire gli uomini. A cercar tracce di quella bellezza, a dire il vero, si stenta molto.

Pensiamo ai dolori, pensiamo a quella macerazione ostinata, a quella vita dura, fatta di privazioni e di angosce, di pianti e di attese senza ritorno. Ma ci corre ancora.
Fa niente. La donna tace assolutamente anche con quella sua bellezza lontana, E' piccola, curva, scarmigliata, grigia, pezzente. Un disastro quanto al romanticismo.

Questa non è Genovieffa, è la vecchia del castello dell'Innominato. Il crollo è irreparabile. Cerchiamo di rivolgerle qualche domanda, ed ella risponde sospettosa. Non sa nemmeno dire quanti anni è rimasta lassù. Quello di non contar gli anni, a poterlo fare, è una bella fortuna, specie se la confrontiamo col nostro affanno di contar la vita fino ai secondi. Vorremmo che ella parlasse del suo amore. Nulla. Non una parola. Questa passione così travolgente è dunque tanto morta che non ne è rimasto neppure un ricordo, un involucro che dia un rimbombo sia pur da sepolcro? Cerchiamo gli occhi della donna in mezzo al groviglio di rughe.
Essi sono attenti alla fetta di polenta e al pezzo di cacio con cui, in sapiente alternazione, ella si ciba, avida, Eh no! Polenta e formaggio, così, davanti a questa specie di rapsodia che tentiamo di fare della sua passione?

Salutiamo la bella Angela, e andiamo a trovare le autorità costituite, le uniche che ci possono far riprendere la bussola. Il vice-podestà si la sa, la storia. E' vecchio quasi come lei, è un gagliardo montanaro e un saldo lavoratore. Ha passato la vita senza ubbie, e giudica paternamente. E' il colpo di grazia della leggenda.

Bella, si... Magnifica, ci dice. Una bellezza maestosa, proprio di quelle che fanno perder la testa. Lavorava andando a prender legna su ai monti, ch'è allora non c'erano le teleferiche. "Lui" tagliava la legna, lassù al Nibbio, e un giorno le propose di rimanere su. Egli, qui in paese, aveva moglie e un figlio. Mandò a dire che non sarebbe tornato più, perché amava l'Angela. E infatti passavano gli anni senza che nessuno li vedesse. Emigrarono un pò di quà e un pò di là, di caverna in caverna. Dopo parecchi anni il figlio salì dal padre, forse per convincerlo a tornare, forse per salutarlo, e si fracellò precipitando in un burrone. Lo videro da lontano rotolare, prima ancora che giungesse alla tana dei due amanti.

Quel sangue innocente mise una specie di baratro intorno ai due, un baratro più inaccessibile della montagna e li aureolò di una luce sinistra. Nessuno osò più arrivare sino ad essi. La Fajera era diventata quasi un nome pauroso. Non vi giungevano, di quando in quando, che gli incettatori di capretti e formaggi, perché i due avevano potuto comperare una trentina di capre e s'industriavano. Gli anni passarono nel silenzio, condensando un'atmosfera di leggenda.
Che i due si amassero è probabile, e sembra che avessero avuto figlioli, morti poi per il freddo. Poi morì lui. E la donna rimase lassù, ma ahimè, più che per piangere l'amato, per continuare nel commercio, intorpidita ormai in quella sua vita senza ore. Era veramente la vita ridotta alla sua massima semplicità. Ma una semplicità inerte. Più ancora che il deserto, dove le sabbie hanno almeno un palpito sotto il vento, la pietraia, il lastrico del cimitero.

Chiediamo al nostro informatore, proprio come un'ultima speranza di salvar qualcosa : "Poi le rubarono le capre, vero?"
Che! Le ha vendute. Quella donna in tanti anni di industria, sia pur primitiva, e con una vita così semplice, ha dei soldi. Ha un libretto alla posta...



 Brani riportati dall'Articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 20 Gennaio 1932 a firma di G. Cenzato.


 Grazie a Giovanni Brunella per aver fornito copia dell'articolo originale.



  * Val Grande tra natura e memoria
   di Tiziano Gamboni per la TSI (Televisione Svizzera Italiana)
   VHS - Alberti


 


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