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La balma della Vecchia di Raffaella Scattaretica

 La prima volta che avevo sentito parlare della Balma de la Vegia e della storia di Angelina e Michele avevo provato tenerezza, li consideravo come i Giulietta e Romeo della Val Grande, con la sola differenza che loro erano riusciti a coronare il sogno d’amore fuggendo dai loro paesi e recludendosi sotto una balma per il resto della loro vita.
 Fa sempre piacere sentire una bella storia d’amore andata a buon fine, immedesimarsi nei sentimenti riesce sempre facile, basta immaginare un amore impossibile e desiderare di farlo diventare possibile a qualunque costo.
  È bello e romantico, sempre che si riesca ad immaginare la Val Grande come il bosco dove si va abitualmente a raccogliere le castagne.
 Ho cominciato ad andare in Val Grande dapprima seguendo i canonici sentieri poi quelli un po’ meno canonici, è da quel tempo che Angelina e Michele ai miei occhi hanno perso la loro aurea shakespeariana per essere presi in considerazione come soggetti da psicanalizzare.
 La storia della Val Grande è una storia scritta da gente povera. Disperati che andavano a cercare pochi metri di radura dove far nascere boccate di oro verde per le loro capre e le loro mucche, quando c’erano.
 Gli appezzamenti dei ricchi, ubicati in pianura o in posti facilmente raggiungibili, hanno fatto sprecare ben poco inchiostro per le pagine del tempo, quello che è bastato ad uno scribacchino per un semplice atto notarile con cui, alla fine, si cedevano le terre ad un costruttore.
 Ma le radure dei poveri in Val Grande fanno riempire i polmoni di orgoglio pensando al coraggio che hanno avuto ad abitare quei luoghi.
Eppure qualcosa della lunga storia di questi eroi del quotidiano è andata perduta, è successo tra un’edizione e l’altra di una cartina topografica, qualche sentiero è sparito, inghiottito dagli zoccoli dell’ultimo valligiano che li ha percorsi.
 Per fortuna qualche copia della penultima edizione della cartina è sopravvissuta, l’edizione con i sentieri del tempo in cui per accaparrarsi il diritto a far fieno su uno specifico appezzamento si sospirava fissando una candela affinchè si spegnesse alla svelta e che la proposta fatta fosse l’ultima. O peggio.
  Nel medioevo, si racconta, sette casari di Malesco sono stati brutalmente uccisi da abitanti di Cossogno per aver osato accaparrarsi lo sfruttamento dell’alpeggio.In verità l’Alpe Campo era stato venduto con regolare atto notarile, ma i cossognesi ritenevano di essere stati truffati, ne è nato un astio culminato con una strage.
  Si narra del cane dell’Alpe corso in paese durante la messa, si narra che i paesani si siano insospettiti per via del suo disperato latrare, accorsi a sincerarsi dell’accaduto si sono trovati davanti ad una scena del delitto raccapricciante, oltre a cadaveri appesi alla trave dell’Alpe e qualcuno annegato nel secchio del latte, pare che la testa di un casaro fosse stata messa all’imbocco di quelle che adesso hanno preso il nome di ‘Strette del Casè’.
  Pian Di Boit (pian delle botte) si chiama così a ricordo delle gran botte che sono state inflitte ad un casaro che aveva osato fare il furbo; Era uso dare in affitto l’alpeggio al primo che riusciva a trasformare un secchio di latte in formaggio, ‘il furbo’ si era portato da casa una forma già fatta, è stato scoperto e quindi preso a legnate.
 Non erano tempi per fare gli spiritosi quelli, la fame non faceva venir voglia di ridere. Percorrendo i sentieri della Val Grande, quelli che sono spariti durante la trascrizione sulla nuova edizione, mi sono convinta più volte che è la disperazione che fa la storia, mi sono convinta che il Paradiso esiste subito dopo averlo considerato inferno.
  Dopo aver provato quel tipo di sentieri avrei preso a pugni sul naso Lino, l’amico di un amico, che mi sventola sotto il naso gigantografie scattate in Amazzonia. “Ammazza che posto l’Amazzonia!” e mi fa vedere le sue pose nel completo color cachi, giubbetto con diciotto tasche multiuso, borsa monospalla e cappello a falde larghe con zanzariera, alle sue spalle una barca a motore pronta a solcare le acque di un tratto di fiume da dove il turista può “ammirare” la vita “amazzonica” che si svolge sulle sponde.
 Certo che anche lui ha corso i suoi bei rischi, la sua stazza di novantatre chili avrà ben fatto oscillare l’imbarcazione e forse in quell’occasione un movimento di pancia lo avrà avuto anche lui, un movimento ben diverso da quello provocato dalla dissenteria. Con la serietà con cui è andato in Amazzonia penso che avrebbe potuto risparrmiarsi i soldi dell’equipaggiamento e andare al Jungle Park di Magreglio.
 Senza tarantole e anaconda, ma la nostra piccola Amazzonia l’abbiamo anche noi: “Ti vedo bene in Val Grande” dico e subito me ne pento, per due motivi: il primo motivo è che poi ci sarebbe la possibilità che vuole venirci davvero e il secondo motivo, che è legato al primo, è che una volta che si scopre un Paradiso se ne resta gelosi e si ha paura a parlarne perchè poi arrivano i guai.
 In Amazzonia i guai sono rappresentati dagli indigeni vestiti con le magliette del bar gelateria di Piazza Roma, in Val Grande i guai arrivano sotto forma di Parco.
  Il Parco non si è limitato a ristrutturare l’Alpe Bocchetta di Campo, l’Alpe Scaredi, l’Alpe Val Gabbio, l’Alpe Premosello, il Ragozzale, In La Piana e Mottac, ha fatto di più, ha riempito le valli di catene, ha costruito ponti orribili per arrivare a Pogallo e ha posizionato vari cartelli intimidatori per attentare le coscienze di chi vorrebbe lasciare i sentieri ufficiali.
 Il che risulterebbe più che inutile se rivolto ai buontemponi che si avventurano per una passeggiata al “Parco Val Grande” con lo stesso spirito con cui andrebbero al “Parco di Monza”.
 Poi te li ritrovi all’Alpe Serena a scrutare il tetto di beole pericolanti senza il coraggio di scaricare le spalle dal bastino porta zaino (l’ultima volta ne avevo visto uno in Nepal, lo usavano per trasportare stie piene di galline) e pronti a fuggire al minimo scricchiolìo di una trave con uno scatto reso poco atletico dalle Superga di stoffa blu calzate dallo scaltro escursionista. “C’era fango sul sentiero, abbiamo dovuto camminare piano, non siamo riusciti ad arrivare alla Colma di Premosello da Scaredi perchè si scivolava molto, anche gli stivali si sono imbrattati”.
 E subito penso che se sono riusciti ad arrivare sino a qui calzando stivali di gomma da pescatore e scarpette da ginnastica ritmica, e sono riusciti ad arrivarci vivi, sono davvero in gamba.
 Poi mi ricredo non appena vedo la ragazza del gruppo fuoriuscire dal gigantesco zaino non una tenda dove, eventualmente, accasarsi per la notte, bensì un buty-case color glicine ed una confezione da mezzo chilo di caffè Kimbo.
 Me ne vado perchè è sera, è buio, eppure vedo rosso.
  Il Parco ha fatto i suoi danni e non è neanche riuscito a debellare la piaga del bracconaggio e capita di sentire i discorsi di invasati che “tirerebbero una balla” ad ogni frusciare di foglia, grand’uomini con binocoli potentissimi e fucili di precisione a lamentarsi che il silenziatore è fuorilegge. “Dopo tutto sarebbe utile: non si fa rumore”.
 E il mite erbivoro che abita tutto l’anno i luoghi che il prode cacciatore calpesta solo nei week-and senza neve potrebbe soccombere alla “balla” tirata dal prode senza tante storie, meglio se non troppo lontano perchè poi è fatica andare a recuperare la carcassa.
 Il Parco fa le sue raccomandazioni di non abbandonare il sentiero e intanto che c’è dalla nuova cartina ne fa sparire qualcuno. Ma come si fa a chiamarlo Parco quando è idea comune che la parola “parco” si associa a “divertimento” e lo conferma un negozio di Verbania che richiama gli avventori con un cartello che dice “ I Prodotti del Parco”.
 Ho iniziato a frequentare la Val Grande col mio amico Ignazio (CPSdipendente), la sua è stata un’introduzione in crescendo, ha iniziato con i sentieri normali, poi ha introdotto i sentieri normali con brutto tempo per poi finire su qualcuno di quei sentieri svaniti durante la trascrizione sulla nuova cartina.
 È stata un’occasione per baciare, tridimensionalmente, la fronte di quei forestali che proibiscono di abbandonare il sentiero.
 È stata anche un’occasione per scrivere un codice comportamentale che mi sono ripromessa di seguire diligentemente:
No creste
No pendii ripidi
No da PD in su
No da 6B in su in falesia
No vie di più di 7 tiri
No fessure
No diedri
No ghiaccio (no piccozze)
No pendii nevosi ripidi
No misto (roccia/ghiaccio)
No Dry Tooling
No arrampicata da prima
No corda molle
No corda corta per tiri lunghi
No bivacco
No truna
No tenda su neve.

 Finito di scrivere il codice ho sospirato di sollievo, adesso avevo regole tutte mie da poter infrangere.
  Il divertimento è una definizione lontana da quello che ho provato quando mi sono trovata a dover superare tratti di sentiero crollati attaccandomi a radici pendule o passando su tronchi viscidi il cui strapiombo sottostante li rendeva ancora più inquietanti, attaccata a cordini marci e afferrando zanche di metallo arrugginito.
  Un altro amico che ci ha seguiti in un occasione ha poi commentato: “ Avevo due mani reali che s’aggrappavano a tutto quello che poteva offrire aiuto e due mani virtuali intente a stringere un Crocifisso da una parte e un rotolo di carta igienica dall’altra “.
Io Ignazio l’ho seguito perchè sono un’oca, un pappagallo, perchè lui è un amico, perchè ci tengo a lui e perchè so che se ci sono io è più propenso a rinunciare. Vado perchè so che con me non rischia più di tanto.
 Ma io so anche che lui torna da solo. In verità non mi punta una pistola alla tempia per andarci, torno volentieri, soprattutto in autunno, a rendere omaggio alle parole della canzone di Battisti: “ Le discese ardite e le risalite “ e a rendere omaggio ai suoi colori che per definirli non esiste vocabolario e non è ancora nato il poeta che può farlo.
 Torno volentieri combattuta tra la voglia di essere un po’ meno imbranata dell’escursionista con le scarpette da ritmica (ve l’ho detto che indossava un giubbetto arancione fosforescente del tipo che è obbligatorio tenere in macchina da indossare in caso di incidente?), ma anche un po’ meno svitata da seguire le follie dell’incalpestabilità della Val Grande.
 E poi è arrivata la frana, quella dell’aprile del 2005 , quella che ha stravolto il Vallone di Nibbio e che è stata causa dello sfollamento di Cuzzago.
  È stato stimato un volume di 500.000 metri cubi di rocce che sono piombati nel vallone formando una frana di trecento metri, c’era la Balma di Tri Foi da quelle parti ed è stata inghiottita, sbriciolata. Di lei, per me, è rimasta una diapositiva scattata da Ignazio.
 E’ dal 2005 che mi rode un tarlo.
 E se sparisse anche la Balma de la Vegia? Non la vedrei più. La curiosità di vederla si fa ciclopica, una strana fretta mi assale. La Balma è là, sono più o meno ottant’anni che è là senza la sua Vegia ed ora mi prende tutta questa fretta? Urge un esame di coscienza.
 Ma intanto la Balma io la devo vedere, non c’è bisogno di convincere l’amico valgrandista, accetta l’invito con entusiasmo, lui c’è già stato alla Balma, ma non è ancora andato a vedere la frana (calpestare più che vedere), le ruspe che ha visto lavorare all’imboccatura del vallone non gli sono piaciute, soprattutto vuole saperne di più circa un certo invaso che si sarebbe formato a inizio frana, in alto, verso l’imboccatura del bosco. Si comporta come un latifondista alle prese con l’ispezione delle sue terre. La sua curiosità e la mia si associano, aspettiamo il fine settimana giusto e partiamo.
 Quando ormai la data è certa metto a punto il mio esame di coscienza. Sento un impeto, un bisogno fortissimo di isolarmi, elimino il televisore tanto per cominciare e mi sento meglio, ma non basta, il richiamo dell’isolamento è ancora forte, me ne accorgo tutte le volte che mi squilla il cellulare, mentre sono a casa, e penso che per fortuna non ho il telefono fisso.
 Ho concluso che della Balma ne ho fatto la mia chimera, il luogo dove vorrei essere pur di non essere dove sono. Devo vederla e convincermi che esiste prima che nella mia mente diventi una specie di isola che non c’è.
 Dunque i due soci imboccano il vallone di Nibbio passando accanto alle ruspe, procedere seguendo le esili tracce del sentiero è reso difficoltoso dai fitti rovi, si aggrappano a noi e ci trattengono. “Anche loro collaborano con la forestale?” domando e subito vengo smentita. “Qui non è parco!” “Ma! - dico tra me e me - Possibile che nessuno oltre ai rovi tenti di fermarci?” La frana non è assestata, a fermarci dovrebbe essere il buon senso, ma non posso certo aspettare quei trecento anni che le occorrono per decidermi a percorrerla.
 Ci sarebbe un’alternativa, si potrebbe andare alla Colma di Premosello, scendere all’Alpe Serena, tagliare per un vecchio sentiero avventurandosi in Val Fredda, salire verso la Bocchetta di Val Fredda e scendere poi sino alla Balma.
 Un massacro buono per chi ha peccati da espiare, io ne ho, ma non ho il fisico per espiarli a questo modo. Spero che le mie preghiere bastino. Quindi procedo lasciando che i rovi traccino i loro ghirigori artistici sui miei avambracci ben sapendo che presto abbandonerò questo fastidio per affrontarne uno più grosso: la frana.
 Salendo abbiamo tenuto la sinistra e, naturalmente, abbiamo concluso che forse sarebbe stato meglio a destra o al centro.
  I blocchi di gneiss si sono accatastati seguendo lo schema “dovevadovado”, gli spazi sottostanti sono profondi per adesso, col tempo i detriti li riempiranno, per adesso sono profondi ed è meglio non farci finire una gamba.  Preparando lo zaino ho cercato di essere il più sintetica possibile, ma il rapporto fra il suo peso e il mio mi fa pentire di non essere della categoria degli insettivori.
 Benchè cerchi di stringere tutte le sue cinghie allo spasimo per cercare di farlo diventare un corpo unico con il mio, riesce a sbilanciarmi e non tutti i movimenti mi riescono sobri. Qualche accidenti mi scappa. Procediamo con cautela, il mio socio è fresco come una rosa, io metto un piede dopo l’altro con la paura che il mio Angelo Custode dia le dimissioni proprio su quel passo e con la netta sensazione che il cuore sia deciso a lasciarmi in panne, lo incoraggio, abbiamo ancora molto lavoro da fare insieme, gli ricordo che ne abbiamo viste di peggio.
 Non più di due mesi fa eravamo al Monte Bianco, un giorno siamo partiti dal Rifugio Torino per andare a toccare la cima del Mont Blanc Du Tacul, abbiamo impiegato un tempo spropositato e più di una volta ho pensato che gli ultimi battiti il mio cuore li avrebbe consumati lì, lungo il tragitto, la mia unica speranza era che, almeno, fosse il tragitto di ritorno.
“ Non ce la farò mai - mi dicevo- non mi sono allenata, a maggio mi sono procurata una distorsione alla caviglia sinistra e ho rifiutato il gesso, dopotutto la radiografia diceva che non c’erano fratture, che ne sapevo io che anche le microfratture fanno tanto male e impiegano il loro tempo a sistemarsi e poi perchè quell’accidente del radiologo non me l’ha detto che c’era la microfrattura?”
 Non sarebbe cambiato niente, con o senza microfrattura sarei andata lo stesso e con o senza allenamento dal rifugio Torino sarei partita lo stesso, la lamentela fa parte di me e questa macchina più o meno funzionante che si è messa a disposizione dei miei capricci non può far altro che barcamenarsi cercando di fare il possibile per arrivare alla pensione con non troppi acciacchi.
 Più volte mi sono chiesta per quale motivo un tipo come Ignazio si trascini appresso una palla al piede del mio calibro. Della prima volta ‘impegnativa’ con Ignazio ho un nitido ricordo, in quell’occasione siamo partiti dal Vallone di Nibbio per arrivare, dopo duemila metri di dislivello non facile, in cima al Proman. Con la schiena addossata alla croce ricordo di aver pensato:
“D’ora in poi in montagna solo con i pensionati” Ignazio manovrava soddisfatto la macchina fotografica e pensava
“D’ora in poi questa me la porto dove voglio”.
In discesa io ribadivo i miei pensieri cantilenando:
“Maipiùmaipiùmaipiù”
 Lui, allegro e pieno di energie, sembrava una domestica che rassettava il tinello di una matrona pignola, mi precedeva liberando il sentiero da rami, sassi e accumuli di foglie. Io cammino con la stessa grazia di una papera su pavimento di cera, lui sembra sempre che stia facendo una passeggiata sul lungo mare di Finale Ligure.
 A volte, specialmente in discesa, mi imbraga e tiene la corda corta, è l’unica occasione in cui abbandono la mia andatura da papera per acquisire quella della bustina di tè.
 Per Ignazio la nebbia in Val Grande arriva per ostacolarci perchè non vuole vederci andar via, per me è solo il diavolo che ci mette lo zampino. Ignazio alla nebbia risponde:
 “Tranquilla, tanto torneremo presto....Allora lei, commossa, ci piange addosso, arriviamo a casa ancora zuppi delle sue lacrime”.
Per me era solo un accidenti di temporale che poteva aspettare che arrivassimo alla macchina.
 Ignazio ha portato un bel numero di persone in Val Grande, guardando le diapositive che li hanno immortalati si legge loro in faccia il terrore puro anche quando sono davanti al fuoco serale. Con me, devo riconoscere, Ignazio ha trovato l’antidoto contro la paura, si chiama: ‘costine,salamini, spiedini e un mignon di grappa’ (a costo di stramazzare dalla fatica, ma nello zaino non devono mancare mai), su passaggi difficili è sufficiente che li nomini e io li supero.
 E adesso sono circa a metà frana, guardo il mio socio con l’intenzione di elemosinare una pausa, lui porta uno zaino che pesa il doppio del mio e procede sulla frana con la stessa agilità di un capriolo. Lui è molto vicino a rappresentare il Michele della Balma, se si fa eccezione per la maglietta di capilene e le suole in Vibram.
 “Va bene! - dico al socio - Ai tempi non c’era la frana e forse era più facile, ma saliva e scendeva da qui il Michele per approvvigionarsi?” “Non è detto - mi risponde lui - poteva prendere quello che poi è diventato la strada militare e a ottocento metri circa prendere il Motto Grande.” “Resta comunque una bella sgambata se ti serve solo un cartoccio di farina.” “Ma guarda che anche per gli altri era così!” “ Sì, ma gli alpeggi erano caricati solo d’estate, loro la balma l’abitavano tutto l’anno ed era l’unica abitazione che potevano avere gratuitamente perchè per gli alpeggi avrebbero dovuto pagare gli affitti ai comuni”. Sulla questione ‘soldi’ mi soffermo a pensare.
Per l’affitto avevano risolto il problema, le utenze non esistevano, per mangiare non erano certo gli unici che dovevano sopravvivere a “castagne e viole” (cito il racconto di Teresio Valsesia in Valgrande Ultimo Paradiso), ma in tanti anni qualche attrezzo si sarà pure deteriorato e qualche vestito logorato, avranno avuto bisogno di soldi, come se li saranno procurati? Lui avrà potuto svolgere il suo lavoro di boscaiolo? O anche in quello sarà stato emarginato?
 Abbandono le mie elucubrazioni, vedo la fine della frana e tiro un sospiro di sollievo.
Subito dopo mi rimangio il sospiro, mi rendo conto che non è tempo di mollare l’attenzione, i blocchi si fanno sempre più grossi, gli spazi fra di loro sono così grandi che se dovessi scivolare rischierei di caderci dentro tutta intera e non solo con una gamba. Alzo lo sguardo intimorita, due o tre di questi blocchi sono grandi come la chiesa del mio paese. Ad un tratto strabuzzo gli occhi e grido: “Oddio, una telecamera!”
E mi acquatto.
 Ignazio resta imperturbabile e sorride. “ E’ un sensore al laser” mi dice bonariamente, in effetti avevo già visto un paio di pannelli solari alimentare strani aggeggi disposti sulla frana, avevo capito che servivano a monitorare il suo movimento, ma quella cosa appiccicata sulla parte alta di uno dei colossi di pietra assomiglia proprio ad una telecamera, tutta questa tecnologia in mezzo a tanta devastazione e in un posto così selvaggio fa uno strano effetto.
 Aggiriamo gli ultimi grossi massi, uno di loro è più alto che largo, è quasi ridicolo, si è portato appresso un pezzetto di bosco, gli alberelli resistono abbarbicati lassù, appartati, sembra un isolotto senza acqua intorno.
 Così come è ridicolo voltarsi indietro e dare un’occhiata al ‘Frate’, il pinnacolo che da sempre saluta la pianura, è così esile ed ha un aspetto così fragile che c’è da chiedersi come mai non sia crollato al solo spostamento d’aria procurato dalla frana.
 Ormai siamo al triangolo sommitale ed Ignazio può vedere con i suoi occhi cosa resta dell’invaso che si era formato col grosso delle piogge. Ci sono tre larghe righe rosse che sottolineano una data ‘18/08/2006’, l’acqua arrivava lì ad agosto, si può immaginare avesse formato un grazioso laghetto, adesso non c’è più traccia di acqua, per fortuna, altrimenti superare quel passaggio mi avrebbe procurato ulteriori difficoltà.
 Camminiamo sopra lo spesso strato di ramaglia trascinata dall’impeto del torrente, l’acqua del lago, defluita lentamente, l’ha lasciata lì a farci da tappeto. E con questa insolita passeggiata sul fondo del laghetto fantasma, superiamo ufficialmente la frana ed entriamo nel bosco. La traccia è esile ma netta, il sentiero è ripido, Ignazio lancia furtive occhiate al suo altimetro e ogni tanto mi riporta la quota.
Inizia un conto alla rovescia che mi eccita anche se sono terribilmente stanca.
E poi l’ho vista.
Prendo tempo, boccheggio.
“Una vita qui?”
 Mi sono detta. L’unico pezzo in piano è proprio quello della Balma. Un sasso aggettante veramente strano quello della Balma, ricorda il cappello di un puffo, contrariamente a tutte le altre balme che ho visto non ricorda l’ipotenusa di un triangolo, è un vero e proprio tetto orizzontale, un ricovero per animali che si acquattano perchè sotto quel cappellotto non si riesce a stare neanche in piedi.
 Qualche rimasuglio di muretto a secco fa supporre che ai tempi era messa decisamente meglio, ma una vita lì non riesco proprio ad immaginarla. La poesia che credevo di trovare è subito svilita dall’ingente numero di bottiglie e lattine vuote abbandonate, mi do una tridimensionale scrollata, la Vegia non è responsabile della maleducazione dell’homus consumus.
 Cerco di reagire e mi metto a radunare un pò di legna, la serata è calda nonostante sia autunno inoltrato, accenderemo un fuoco più che altro per cercare di fare atmosfera.
 Più tardi farò la considerazione che per un tiepido fuocherello ho bruciato il lavoro di due ore di raccolta di legna, la legna non sarà certo mancata a loro e a lui, boscaiolo, non sarà certo mancata la tecnica per procurarsela, piuttosto mi chiedo dove l’avranno accatastata e come avranno fatto a proteggerla dalla pioggia e dall’umidità, lì intorno c’è qualche altro sasso aggettante, ma non è certo sufficiente a dar riparo alla legna necessaria per affrontare tutto un’inverno. Lì ogni sasso avrà avuto la sua funzione, forse qualcuno di loro è stato usato per costruire un riparo alle loro caprette, ma le provviste dove le mettevano? E come le salvavano dagli assalti degli animaletti del bosco?
 Per andare a prendere l’acqua si dovevano fare una passeggiata di dieci minuti e se penso a quanta acqua ho bisogno io per bere, per fare da mangiare, per lavarmi e lavare gli indumenti mi viene male pensare a quante ore hanno dedicato al trasporto dell’acqua.
 Ma il tempo era l’unica cosa che non mancava. Mi domando però in inverno con la neve e il gelo come funzionava la cosa, forse scioglievano la neve e forse si bagnavano sino alla cintola per cercare di farsi strada sino al torrente. Cerco di guardare la Balma da tutte le angolazioni, mi accorgo che in verità quello che voglio vedere da tutte le angolazioni è la storia di Angelina e Michele.
 La Balma è grande quanto il mio garage se si fa eccezione per l’altezza a favore del mio garage e per avere una risposta alla domanda ‘come hanno fatto a vivere qui per così tanto tempo’ potrei andare da un qualsiasi senza tetto di Milano.
  In ogni caso è inutile che io cerchi di fare un confronto tra il loro tipo di vita e il mio. Io con quindici gradi in casa sono già in crisi. Di notte, oltre alla coperta in piuma d’oca, potrei disporre di un pigiama in pile e al mattino comunque avrei il conforto di una bevanda calda ottenuta in breve accendendo il fuoco della cucina a gas.
 Loro scegliendo di emarginarsi non se ne erano andati da una casa con riscaldamento autonomo con bagno munito di servizi igienici, doccia con acqua calda ottenuta muovendo una funzionale manopola, anche rimanendo a casa propria avrebbero ottenuto tepore (e non caldo) in casa solo accendendo il camino, l’acqua era sempre da andare a prendere ad una fonte e per i bisogni corporali, bene che andasse, c’era una stalla dove abbandonarli.
 Angelina e Michele si sono innamorati, hanno provato l’uno per l’altra un sentimento così forte da non poter far altro che unirsi, ognuno aveva abbandonato i propri figli e il proprio coniuge senza preocuparsi del vincolo e dunque non avrebbero più potuto rifarsi una vita, loro che avevano scelto di rimanere assoggettati ai canoni dettati dalla comunità, e che sarebbero rimasti in paese a subire le beffe dei compaesani e a dover rispondere, in qualche modo, alle domande dei figli.
 Quanti anni avranno avuto i figli? E quanti anni avranno avuto Angelina e Michele al tempo della fuga? A quel tempo la fuga deve aver alzato un bel polverone, ma sarà stata davvero una fuga o il loro rapporto era così evidente da indurre le relative famiglie ad allontanare i fedifraghi? In tal caso non sarebbe stata una fuga, ma esilio forzato, resterebbe da capire perchè la scelta della Balma.
 Adesso è un percorso che può mettere in difficoltà, per i tempi era cosa normale, ma perchè appollaiarsi in un nido d’aquila dove i rumori della pianura arrivano distinti e non andare invece ad abitare fuori provincia in un posto dove far perdere le proprie tracce e dove ricominciare da capo?
 Mi sposto a guardare la Balma da un’altra angolazione. Ma, Angelina e Michele erano davvero innamorati? O erano solo due tipi strani che si erano ritrovati ad avere le stesse idee, due tipi che ne avevano piene le scatole delle convenzioni a loro inculcate? La famiglia, il lavoro bestiale, cercare di costruire il benessere se non per sè stessi per le generazioni future.
“E allora basta!”
Potrebbe aver pensato Michele.
 “Se devo sbavare di fatica per soffrire poco la fame preferisco soffrirla del tutto e che sia finita, e così per il freddo, soffriamolo del tutto e non parliamone più. Ma d’ora in poi guarderò la vita seduto su di un sasso, berrò dalle labbra della mia donna, mi scalderò col suo corpo e, insonne, guarderò assieme a lei il mutevole scenario dell’autunno”.
 Se davvero hanno pensato così dove altro potevano andare i due ribelli? Dove potevano trovare una terra altrettanto selvaggia? Hanno avuto il coraggio di recidere i legami con la famiglia, ma non con le proprie radici e allora se ne stavano appollaiati lassù, può darsi che ognuno di loro, segretamente, cercasse di riconoscere qualche suono famigliare o che sperasse che qualcuno salisse fin lì a dir loro “Basta così! Potete scendere, le cose si sono appianate. “
 E può anche darsi che nessuno ce l’avesse con loro più di tanto, ma le convenzioni degli anni ‘20 erano quelle che erano e se si voleva vivere al di fuori di loro si doveva avere a disposizione una Balma. Comunque se siano stati lasciati in pace o vessati è un dubbio che mi resterà per sempre, è vero che non erano ricercati dalla legge, ma curiosi ne avranno attirati tanti.
Pensando a come si sono evoluti gli usi e costumi mi viene l’angoscia. E se qualcuno scoprisse la Balma? E se cercasse di sfruttarne le caratteristiche facendola diventare ‘La Balma dei Famosi?’.
Inviterebbero quattro o cinque star della TV, li farebbero partire dal fondo Valle dicendo loro
“La Balma è là (il punto X verrebbe segnato con bollo fosforescente), la raggiungerete e vi organizzerete, l’acqua è al fiume, il cibo dovrete procurarvelo.”
 A questo punto spererei nella potenza della frana, cioè spero che faccia da deterrente e, soprattutto, operi un’accurata e spietata selezione.
E’ meglio non scherzare, è già abbastanza deprimente vedere che i piccoli sassi aggettanti che circondano la Balma sono diventati i depositi di tutti i rifiuti che un escursionista maleducato possa pensare di abbandonare.
 Con il pretesto di raccogliere legna e foglie secche mi soffermo a guardare un enorme sasso a pochi metri dalla Balma, la sua superficie piatta è facilmente raggiungibile, ci si può stare sdraiati, da lì si può stare a guardare la luna e l’alba e il tramonto e col tempo che avevano a disposizione sicuramente avranno imparato a memoria il numero dei licheni di tutta la superficie del sasso e che forma rappresentavano.
Ma in tanti anni sarà ben subentrata una crisi e allora dove sognavano di fuggire? Non credo avessero grandi conoscenze geografiche, neanch’io ne ho tante, ma se pensassi di fuggire avrei a disposizione i Carpazi e gli atolli trecento chilometri al largo delle isole Samoa, Angelina e Michele la loro chimera l’avevano già sfruttata.
 Ho perlustrato gli immediati dintorni della Balma con un altro scopo, ho cercato di individuare il luogo dove hanno seppellito i figli che senza dubbio sono nati e non sono sopravvissuti, si saranno amati ancora come prima? E se poi non si sono più amati come prima perchè sono rimasti ancora insieme? Un motivo in più per pensare che per Angelina e Michele non c’era solo l’amore, c’era anche il rifiuto per la vita che vivevano.
 Fossero vissuti adesso si sarebbero messi su di un’astronave e sarebbero fuggiti nello spazio certi di non tornare più.
 Angelina e Michele si sono rintanati nella Balma per così tanti anni perchè loro stavano bene da soli, non mancavano loro i vicini di casa, il sindaco e il parroco, il datore di lavoro, il marito e la moglie magari imposti, i figli nati senza amore, se non si fossero trovati forse si sarebbero lasciati morire perchè la vita delle donne a quei tempi era spesa a riportar su le carrucole delle teleferiche che avevano trasportato i tronchi a Valle , quando c’era il disboscamento, e la vita degli uomini era fatta di un gran numero di colpi d’ascia sui tronchi da recidere, forse erano poeti e si spezzava loro il cuore a vedere alberi e boschi soccombere per soddisfare la sete di sfruttamento.
 Angelina e Michele si saranno guardati negli occhi e avranno visto, l’uno in quelli dell’altra, il desiderio di dire ‘basta’, meglio mangiare foglie e vestire stracci, meglio patire il freddo e subire sputi, ma basta. E allora a loro, creature ugualmente strane, non è rimasto che amarsi a arroccarsi e difendere la loro scelta di vita contro tutto e contro tutti.
 E’ come se Angelina-Giulietta avesse raggiunto Michele- Romeo nella cripta e avessero deciso di vivere là per tutta la vita.
 Forse per loro è stato più facile perchè la differenza fra quello che avevano e quello che avrebbero avuto era veramente minima. Io non saprei fare altrettanto, sono stata una sola notte alla Balma e il rumore delle foglie secche che cadevano l’ho trovato inquietante, se fossi rimasta là avrei teso l’orecchio per seguire il loro planare e quando fosse stato il silenzio avrei capito che era arrivato l’inverno e con lui la neve che mi avrebbe relegato nella Balma per molti giorni.
 Sovrapponendo la mia immagine a quella di Angelina non so vedermi a percorrere quel tipo di sentieri senza suole Vibram e a trasportare un carico superiore al mio peso senza uno zaino con schienale Air-3D e senza neanche un capo di vestiario in capilene.
 Angelina non sapeva che sarebbe venuto il tempo in cui ci sarebbero state tutte queste migliorie, però era una bellissima donna e avrebbe potuto scegliere di vivere un po’ meno brutalmente usando l’arma della sua bellezza per ammaliare qualche danaroso di città.
 Il fitto degli alberi mi impedisce di vedere il paese però ne sento i rumori, il treno che passa e le auto che strombazzano a quel tempo non c’erano, però si sente anche l’abbaiare di un cane e dunque loro avrebbero potuto sentire il muggire delle mucche e avrebbero cercato di indovinare a chi apparteneva, comunque erano tutti richiami della Valle , la normalità stava a poche ore di marcia da loro e sarebbe stata tutta strada in discesa, era come il canto delle sirene per Ulisse, ma loro non hanno mai ceduto.
 Lei è scesa quando lui è morto a chiedere che qualcuno lo riportasse a Valle a riposare in terra consacrata ed è stata accontentata, di lei si dice che è poi rimasta a Valle , ma si dice anche che sia ritornata alla sua Balma.
 Comunque lei sia andata a finire è la storia di tutti e due che è finita col primo che si è spento. Amanti e liberi sono rimasti fedeli al loro sogno per tutta la vita.
 Anch’io sogno di arroccarmi in un luogo inaccessibile e adesso che ho visto la Balma sognerò la Balma, ma so che la sognerò e basta. Io ho voluto immedesimarmi nello spirito di Angelina e Michele e ho perso qualcosa: la stima in me stessa, perchè io non avrò mai il coraggio di abitare in quel luogo per il resto dei miei giorni.
 Non avrò mai il coraggio di vivere di funghi e castagne e latte di capra e passare tutte le ore del giorno ad accumulare legna, erba e acqua.
La stima, quella vera, la riservo ad Angelina e Michele. Ogni volta che vorrò isolarmi immaginerò di sedere su quel grosso sasso piatto che considero un po’ come la veranda della Balma, a rimirare la luna nelle notti chiare.

 La notte che ho dormito alla Balma era chiara e la luna era splendida, è stato come se Angelina e Michele fossero lì a suggerirmi le parole di una poesia attraverso il frusciare delle foglie secche.


Vorrei la spalla di un compagno
su cui poggiare la testa mentre,
insieme, si guarda il panorama
dall’alto di una vetta.
Un uomo che mi cinga le spalle
e con cui addormentarmi,
questo mi darebbe la sensazione
di essere accompagnata
alle porte del mondo dei sogni.
E se dovessi svegliarmi
troverei forti braccia
che mi impedirebbero di cadere.
Una mano che mi tenga il cuore
quando la paura minaccia
di farlo galoppare.
Due labbra sulla fronte
a benedire i miei pensieri.
Un compagno
sul mio stesso sentiero.


Raffaella Scattaretica
23.11.2006

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